Non un solo giorno, ma tutti i giorni (1ᵃ parte)

RIPENSANDO ALL’8 MARZO  

È passato in un tripudio di fiori, corse in città, donne per le strade e nei ristoranti, dibattiti televisivi, conversazioni radiofoniche, spettacoli televisivi, mimose offerte… Quest’anno con più WhatsApp e minori uscite ma con uguale profusione di auguri.
Tutto in un’unica giornata: e le altre?  Non vorrei una simile ubriacatura di sorrisi e parole ogni giorno, bensì vorrei una distribuzione dell’attenzione in ogni giorno. 
Tutto molto bello, come in TV anni fa con le intense letture di tante attrici che personificano le donne uccise che si raccontano e si interrogano. Commovente, profondo, impegnativo, eloquente. La violenza raccontata dal didentro, da chi l’ha subita e si guarda dopo, lì, uccisa, e si interroga sul perché. 
Il come è questa crescente violenza che da verbale diventa fisica, dai soprusi agli schiaffoni; l’uomo amato e che si continua ad amare “nonostante tutto”; la sottomissione e l’adeguamento alle richieste legate ad un’educazione alla docilità mai superata; l’ubbidienza come forma mentale; l’ubbidienza per solitudine; l’ubbidienza per paura, per non subire di peggio. Ma in quelle storie il peggio è arrivato. 
Sono storie che si leggono sui giornali ed ogni volta ci si scandalizza, si protesa, ci si interroga: ma perché accadono? perché continuano a verificarsi con una modalità che sembra seguire un paradigma precostituito? perché per gli uomini c’è il raptus e per la donna la depressione, oppure per gli uomini il grande amore e per le donne la ribellione inattesa ad un rapporto o la ricerca della ridicolizzata indipendenza?
Lui ama e Lei non più, quindi l’ammazza. Tutto qui?  Così semplice e così scontato?

Proviamo ad interrogarci tra di noi, noi, le donne.

Provo a distinguere la violenza dall’omicidio. Argomentiamo insieme. Guardiamoci insieme.
Cosa accade prima della violenza, cosa accade anche quando la violenza non arriva all’assassinio. 
La coppia si basa su di una relazione, cioè si è in due, Lei e Lui. Lui ha la forza fisica, Lei la sottilissima e aculeata arma della sottomissione-ribelle, della sottomissione non agita. 
Vorrei parlare delle donne e della nostra capacità di essere sottili, feroci, puntute, “stronze” … lo so, mi incammino su un sentiero minato. 
Da vecchia femminista difendo ora gli uomini? No, cerco di analizzare la situazione, rifletto su quanto noi donne sappiamo essere di una crudeltà evanescente, tanto è fine, ma temibile ed a volte spietata: l’attacco alla giugulare senza sangue.  Non tutte, non sempre.
Le donne sono cresciute in consapevolezza, gli uomini non hanno avuto un percorso simile, era già tutto scontato e dovuto per loro: ora sono spiazzati, non capiscono più le donne e lo dicono con disorientamento e sconforto, ma non con stupore, lo si sa che sono strane, sono da “maneggiare con cura”.
Ma la consapevolezza di saper fare e di valere non ci basta, manca a volte il saper essere.  

Riprendo dei racconti di donne

In silenziosa risposta alla prevaricazione, alle urla, alle botte scatta una vendetta sottile e ignorata da Lui, ma per la Lei ristabilisce una specie di equilibrio: si sente forte e riscattata, furba più del Lui che, quando non ha più parole, picchia.  
Una paziente preparava per cena lo spezzatino del cane in scatola per il marito che non le dava sodi per comprarsi le calze: così faceva la cresta sulla spesa e se la metteva da parte, cercando di procurarsi un minimo di autonomia economica; veniva in terapia e pagava il marito (che naturalmente avrebbe voluto sapere tutto ciò che mi diceva) perché la considerava squilibrata e desiderava si curasse per dimostrare a famigliari ed amici di occuparsi della sua salute. 
Non solo per i soldi, c’erano anche le botte, non tante e non sempre ma dolorose: se non era tutto pronto a tavola Lui si infuriava, iniziava a bere e da lì era un crescendo. Lei non se la sente di denunciarlo, in fondo è un brav’uomo, lavoratore e non la tradisce, le sembrava sufficiente per continuare. Anche sua madre aveva resistito, ora stavano ancora insieme senza aver fatto vivere ai figli le disgrazie di una separazione. 
Poi Lui la cercava a letto e si sentiva, in quei momenti, amata anche se non felice ma, si sa, a volte bisogna fingere così Lui dopo era tranquillo per alcuni giorni.
Un’altra paziente cercava di sabotare il lavoro del marito, lavoravano insieme, e non gli passava tutte le telefonate ma, dopo aver subito un’ennesima gragnola di botte e questa volta da Pronto Soccorso, cambia tattica: fa girare la voce che Lui ha qualcosa che non va, è strano, non sempre capisce bene, si dimentica cose importanti lavorative, è tanto preoccupata e suggerisce di non rilevarlo per non farlo stare male, il poverino che già soffre quando se ne rende conto.
Diminuiscono le commesse di lavoro, lei con la scusa di salvare il budget famigliare ha da Lui il permesso di andare a lavorare altrove dove continua la sua tecnica svalutativa, sino a che è abbastanza forte economicamente da lasciarlo.  Scappa letteralmente da casa portandosi poche cose ma non va dai genitori che non la supportano (altro tema dolente per le donne) bensì da un’amica e qui iniziano le persecuzioni e si parla di stalking. Testimone l’amica.  

 A volte l’atteggiamento di noi donne non è difensivo ma proiettivo, quando la vita che si sta vivendo non risponde alle attese, inconsce e consce.  
A volte il disagio inizia per delle mancanze o disattenzioni o scortesie che nel tempo si accumulano, per richieste di sesso che noi donne non sempre sappiamo concedere o desiderare se prima non c’è tenerezza: il sesso con Lui è far l’amore, è la ciliegina sulla storia della giornata con colui che si ama, non uno sfogo fisico o una aggiustatina. 
Una paziente si aspettava, e poi pretende, che la vita matrimoniale sia come da fidanzati, Lui si rilassa anche troppo: iniziano a non capirsi più, in un crescendo di difficoltà comunicative e di stupidi dispetti reciproci. 
Lui lascia in giro per casa di tutto e Lei non vuole fare la sua governante: arriva la sera stanca dal lavoro, non va a spasso tutto il giorno! Vorrebbe essere aiutata, dalla spesa al rassettare.
Se lo dicono male, urlando, Lei rinfaccia avvenimenti antichi, Lui non li ricorda e la sua voce ora sembra un latrato, fa paura, Lei ha paura e tace.
Nel silenzio avvia il celato stillicidio del disprezzo, più in pubblico che in privato: non lo esprime chiaramente ma passa sotteso in ogni frase, in ogni occhiata, nella mimica, nell’atteggiamento del corpo. Lui guarda ma non sembra vedere, così come sente ma non ascolta veramente, ci passa sopra come se non esistesse. Fino a che sembra capire tutto d’improvviso e per un nonnulla la riempie di botte, le rompe le ossa: ospedale, denuncia, divorzio. Colpa. Ma di chi? Certo di chi non blocca schiaffi pugni e calci, ma non tutta, per favore, c’è corresponsabilità. 
Una coppia in Tribunale. Sono separati, parlano solamente di tempi e di soldi riguardo i figli. Lei si lamenta di non avere abbastanza, Lui si lamenta di dare troppo: il solito copione. Lei si lascia “scappare” dei commenti sfavorevoli al padre di fronte ai figli che ricordano, a volte ripetono, imparano a guardare il padre con lo stesso sguardo della madre. Un giorno Lui reagisce e schiaffeggia pesantemente i bambini che avevano fatto propri dei commenti materni, li colpevolizza, accusa l’ex moglie di educarli al disprezzo, e Lei non vuole più lasciare i figli con il padre manesco, avendo anche l’avvallo del referto del Pronto Soccorso. Si incontrano ed è picchiata anche Lei: denuncia, tribunale, assistenti sociali, controllo negli incontri con i minori…Ma è davvero tutto da imputare al padre? 
Interroghiamoci per favore: sia dal punto di vista filosofico che da quello psicanalitico non c’è una sola parte tutta giusta ed un’altra tutta sbagliata. 

Non c’è La Verità assoluta che sussiste in campo religioso. Interroghiamoci, per favore.

Nell’immagine: Giorgio de chirico, Ettore e Andromaca (particolare) – 1950 – collezione Roberto Casamonti

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