Non un solo giorno, ma tutti i giorni (2ᵃ parte)

Sororalità.

Poi ci manca la solidarietà tra noi donne, manca quella fratellanza squisitamente maschile: un uomo se la prende infatti più facilmente con una donna, se è guardata da altri, non con l’altro, come se tendesse alle difese di genere. Ovviamente con molte eccezioni. 

Porto un esempio macroscopico.

Una paziente lavora in un ufficio con un capo che allunga le mani, lo racconta al marito che un po’ si arrabbia (cosa fai per attirare quelle attenzioni!?) un po’ la deride (chi credi di essere da attirare quelle attenzioni?!). Le “attenzioni” aumentano e diventano veri soprusi cui non sa reagire: quando la incontra nei corridoi dell’ufficio, il capo le si avvicina e pone le mani a coppa sui suoi prosperosi seni dicendo poti-poti. Non ne può più, ne riparla con Lui che la schiaffeggia con violenza: è Lei a provocare, è Lei ad essere disponibile con il capo, chissà cos’ha fatto, se racconta solamente questo, cosa nasconderà. Lei ricorre alla chirurgia e si fa ridurre le mammelle: non basta, il capo continua. Ricorre agli psicofarmaci sentendosi sempre più in colpa, crolla in una grave depressione, il marito la lascia infastidito dai suoi piagnistei (più la picchia più piange: questa donna non vuole proprio capire!!) è ricoverata in una casa di cura.

Dov’è la responsabilità? La fragilità di Lei, l’arroganza del capo, l’insolenza e la violenza di Lui, il contesto lavorativo in cui tutti vedono ma nessuno parla? 

Non erano tutti uomini i colleghi, anzi la maggior parte erano donne: perché non c’è sorellanza? Perché siamo sempre un poco astiose con le altre donne? Perché raramente una donna vota per una candidata? Perché di una donna arrivata a ruoli alti si bisbiglia di lenzuola tra cui è passata? Perché una donna carina non può essere in gamba? Perché una donna non può essere buona madre e gestire un buon lavoro? Perché se lavora e segue i figli la si critica per l’efficientismo o si dice che sembra un uomo? Perché una donna in gamba ha le palle? Perché si deve ricorrere ad attributi maschili per definire la capacità di lavorare e riuscire bene, come se solo da maschio si possa fare? Perché si guarda ai vestiti limitandosi ad una valutazione estetica? Perché se l’abito è elegante lo si addita come esibizione, se sottolinea parti del corpo che attirano attenzioni a volte pesanti, divelta un “te le sei voluta”, quello squallido artificio logico per scagionare la violenza? Perché l’uomo può essere in preda alla eccitazione per una donna senza un burka, come se non sapesse controllare le sue pulsioni, povero essere primitivo?
La donna è multitasking per forza, per storia, per necessità: rientra dal lavoro, cucina, ascolta la lezione che ripete il figlio, risponde al marito e poi è sempre stanca? Oggi segue online le sue riunioni, organizza on line le lezioni dei figli, fa la spesa online ma sta sempre in casa ed è ancora stanca?  Racconto frasi ascoltate. 

La autonoma dipendenza: un ossimoro che connota la situazione femminile.

L’autonomia la vediamo ovunque: viaggiamo, studiamo, lavoriamo, ceniamo, viviamo, andiamo agli spettacoli da sole o in gruppi di donne, non sentiamo la necessità/bisogno di un uomo che ci accompagni, non abbiamo bisogno dello chaperon. Ma cerchiamo l’anima gemella, rincorriamo il sogno, la fantasticheria, l’aspirazione, il desiderio (non so come chiamarlo, forse nostalgia?) del “due”. È vero che in due si vive meglio, c’è sostegno, solidarietà, affetto, attenzione, scambio, arricchimento reciproco. Se è un vero esser in due.

Non sempre è così e trovo donne che si accontentano. Per timore della solitudine, per ricerca di un rispetto sociale, per una sorta di dipendenza emotiva dal concetto di coppia come se non fossero “intere” senza un uomo accanto, per non sentirsi incapaci di avere “almeno uno staccio di uomo per me”, per dimostrare di essere riuscite a “rifarsi una vita” dopo un divorzio…

Ho ripreso ancora delle frasi raccolte in studio che testimoniano un bisogno molto complesso, non solo affettivo. L’affetto può essere anche lontano, l’amore non teme i chilometri!  Ma, se non c’è, manca la coppia sociale: è forse questo che induce una dipendenza? Non lo so, certo è maggiore che per gli uomini.

Parliamone tra di noi donne!

Parliamo anche delle madri.

Madri delle donne di cui stiamo parlando, le nostre madri. 

Quante volte in studio mi senti dire “mia madre non mi approva” da donne a loro volta madri ed ampiamente adulte. 

Donne che si comprano abiti e li nascondono alle madri che, ovviamente, quando entrano in casa loro vanno a cercarli; o che non bevono né fumano davanti a loro; che non esprimono sentimenti amorevoli ai loro partner in loro presenza; che non esprimono pensieri diversi dai materni; che accettano critiche pesanti e sempre uguali; che non trovano sostegno nella sofferenza, che non sentono le madri alleate.

Una vera sudditanza. Ad una matrigna non ad una madre. Ci vorrebbe la fatina di Cenerentola che magicamente trasforma la mancanza in opportunità, portandola dal ruolo di figlia a quello di donna.

Ci sono anche le madri che vincolano le figlie alla stessa loro vita infelice ponendosi come esempio di attesa, sopportazione, accettazione supina e le ostacolano nel tentativo di allontanarsi da un Lui per esempio violento, per cui dopo l’ennesimo Pronto Soccorso non vorrebbero per paura tornare a casa, ma non sapendo dove andare ritornano e le cronache raccontano a volte le conseguenze. Neanche la madre è accanto. Etc. etc. etc. Mille storie.

Posso dare tre indicazioni per noi donne:

-Mai accettare/giustificare la prima sberla
-Mai andare all’ultimo colloquio/incontro
-Mai pensare “io ti salverò” o “per il nostro amore cambierà”: finiamola con la sindrome della crocerossina. 

La prima sberla: la giustificazione del non-lo-voleva-proprio, in-fondo-io-l’ho-provocato, è-stato-un –momento-così, è inammissibile per la nostra dignità, per il rispetto verso se stesse che ciascuna deve avere. La prima sberla perdonata sdogana la possibilità di poter continuare. 

L’ultimo incontro: per certune è stato davvero l’ultimo, ma della vita. Se c’è alta tensione, se il livello della conflittualità è quasi ingestibile e Lui propone un vediamoci-noi-due-senza-altri-che-interferiscono, non credeteci per favore, non andate in casa sua, non accettatelo in casa vostra con il pretesto che prima abitava lì, non vedetelo in orari serali quando è buio, non in macchina così-si-parla-meglio, non nel suo solito bar dove si può sentire protetto; se proprio volete vederlo, che avvenga in un locale pubblico con una persona fidata che vi segue anche nascostamente, mai da sole, per favore! 

La crocerossina è la nostra debolezza: educate all’accudimento non possiamo rinunciarvi. Sollecite e affettuose, attente ed accudenti, sognatrici ed abbagliate, sedotte da uno strano senso di onnipotenza che induce a pensare di poter essere le uniche a salvarlo, cioè il “bastona le altre ma non me perché il mio amore lo cambia e per il mio amore cambierà”. La grande illusione: lo vediamo con occhi offuscati non dall’amore per quel Lui ma dal pensiero dell’Amore, quel pensiero romantico ed antico, ma sdolcinato e arcaico, del tutto-insieme-per-sempre che non solamente oggi ma da troppo tempo, da sempre, è immaginario.

Lo si trova nei romanzi rosa, ma quelle storie finiscono quando si sposano, come nelle fiabe “vissero felici e contenti tutta la vita”. Non c’è più storia, dopo, rischia di non essere più “rosa” perché inizia la vita vera.

No, non voglio dire che il matrimonio sia la tomba dell’amore, ma ci si deve impegnare entrambi per tenerlo in vita.  Si costruisce un rapporto in due ma basta uno solo per distruggerlo.

Nell’immagine: Giorgio de chirico, Ettore e Andromaca (particolare)

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