Il contagio virtuale

Intervento del 7 aprile 2021

Avviene tutto insieme: la pandemia e l’uso diffuso del web, sino all’abuso. Troppi skype, whatsapp, zoom, video, pc. 
Strumenti che sono diventati dei produttori di simboli: per poter intervenire appare una manina, una emozione è fissata graficamente dalle emoticon, nella accelerazione del racconto grafico che non è più creato bensì rappresentato. Stiamo vivendo nella rappresentazione, tutto è più veloce, con più superficialità, con meno cura per la rapidità dei costrutti.
Stiamo vivendo una virtualizzazione del rapporto. Dal lavoro aziendale da remoto alla didattica a distanza, dagli aperiskype alla terapia online, sembra che il reale sia diventato virtuale.
Stiamo vivendo una materializzazione dell’ambiente, in cui gli oggetti sono visti ma non rappresentati, il volto in video ha la sua fisionomia e la riconosco nel perturbante vedermi insieme all’essere visto.
Stiamo vivendo nel paradosso di una vicinanza lontana: un ossimoro.
L’ambivalenza dello strumento: utilissimo per non perdere contatti importanti sia affettivi che professionali e per mantenerli, rischia di essere invasivo, di richiedere la costante presenza, di accentuare la già presente rottura del rapporto tra lavoro e riposo.  Porre un limen: problema sociale, politico e normativo.  Ma chi non ha collegamenti informatici è tagliato fuori: altro problema sociale, politico ed etico non da poco.
Finta l’emergenza, cosa resta? Un utile strumento, un tool, un medium, un implemento…
Uno strumento è come un coltello, può affettare il pane come un dito, dipende dall’uso che se ne fa, ma non stringe una vite a stella, per questo è necessario un cacciavite.
L’amplificazione della comunicazione è tale che si deve essere atti ad affrontarla: l’utilizzo dell’online non si arresta, siamo nell’epoca del jetairplane, se si va a spasso in calesse è per visitare una città d’arte. 
Dipende dall’uso e dallo scopo…

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