Le parole e il loro senso

Quando la relazione diventa ardua. Una relazione è fatta di parole, e di gesti e mimica, il simbolico della comunicazione. 
Le parole definiscono un significato, “dicono” qualcosa; i gesti fortificano o smentiscono le parole, come la mimica con tutti quei piccoli movimenti del viso che accompagnano le parole; il simbolico carica di senso, dà un senso a ciò che non è solo parola o gesto, ed ha peso nella relazione, per esempio l’abito, la cartella, gli occhiali.
Si apre la questione del “che senso dare alle parole”. Perché le parole hanno un senso che deriva da tutto il suo contorno, che è ciò che imposta la relazione.
Facciamo l’analogia del bastone: “soltanto l’applicazione ne fa una leva”. Ciò significa che dipende dall’uso che ne faccio, del bastone: gioco a baseball, colpisco il cerchio, picchio…
Questa analogia serve per affrontare un altro punto: la relazione è fatta di persone. Da come le persone si pongono in rapporto una con l’altra, si può definire la relazione che intercorre tra di loro.
Il loro porsi in relazione. Sembra la cosa più ovvia, da quando siamo nati ci poniamo in relazione con qualcosa o qualcuno, il relazionarsi sembra come respirare, quasi automatico, quasi sinonimo di vivere.
Ma ci sono delle relazioni difficili. Relazioni in cui la ferita di uno si ripercuote sull’altro. Le ferite più intense sono quelle dell’anima, delle attese, delle speranze deluse, che impregnano di dolore e sofferenza tutta una vita.
Nella relazione, cioè nel modo di porsi nella relazione, queste ferite sanguinano, emergono dal profondo dell’anima e “passano” in un modo totalmente involontario, anche se davvero non si vuole che traspaiano.
La pena per un bimbo, per un amico sofferente, affiora dal modo in cui lo si guarda, dal sorriso, dalla sollecitudine con cui lo si avvicina, da tutti quei gesti impregnati d’affetto che si possono compiere quotidianamente.
Ma se c’è qualcosa che non va, se i medici sembrano parlare chiaro ma non li si capisce, se il “giro della tortura” porta da un ospedale ad un altro, la disperazione assale anche il più forte e la ferita d’amore sanguina brutalmente.
Sanguina per il senso straziante di impotenza quando una persona amata soffre. Perché non ci si tormenta solo per un figlio, per qualsiasi con cui il legame affettivo evoca emozioni.
Li si osserva con una apprensione promiscua. E si impara a tacere nel dolore, si impara ad ascoltare. Ci si vede in preda a forti emozioni cariche di pathos ed è così difficile contenerle per poter arrivare a dare il giusto spazio attraverso l’elaborazione. 

Imparare a tacere è per imparare ad ascoltare all’interno, oltre che dall’esterno. Tacere significa anche far tacere le comunicazioni corporee, la mimica, i movimenti, e non è facile domare i movimenti involontari, le esclamazioni, la mimica.
Non sto dicendo di una specie di robot indottrinato che non fa il minimo errore, di eccessivamente controllato: sarebbe un qualcosa di piatto e uniforme, in-significante.
Sto cercando di dire che la persona sia disponibile al cambiamento ed alla trasformazione verso una maggiore duttilità e capacità di farsi permeare, attraverso una esperienza che non sia solo corporea, emotiva, affettiva ma anche mentale quindi elaborabile e ri-elaborabile.
Perché certi dolori non si possono rinchiudere, non stanno rinchiusi, sono da urlare.
Come nel “L’urlo” di Munch. Un quadro che stravolge e impressiona per l’entità e l’intensità della emozione che esprime.
Quel dolore che sta nascosto dentro l’anima deve uscire senza travolgere l’altro, a poco a poco, attraverso l’esposizione, l’elaborazione, il racconto ed il pianto.
Quando ci affligge la sofferenza altrui, c’è pudore a dire la propria, sembra insignificante, invece è molto importante poter esprimere il proprio dolore, perché questo dolore paradossalmente conforta il sofferente.
Si tratta di rendere sempre più partecipe e consapevole il corpo e la mente mentre si osserva: ciò di per sé placa i bisogni di esternare in parole, movimenti, azioni quanto si prova. 
Questo vale a patto che si sia consapevoli di ciò che si sente all’interno, che il campo sia aperto al fiorire della esperienza e della cosa osservata. Non limitarsi alla sovrapposizione di ciò che pensiamo, desideriamo, crediamo in nome delle mille aspettative che abbiamo dell’altro e di noi stessi, oggetti ambedue di osservazione. Il fiorire dell’esperienza è legato al qui ed ora, non dipende da ciò che sappiamo mentre osserviamo.
Tutte le cose preziose che poi ricordiamo e scriviamo saranno legate ai personali parametri di riferimento e interpretate, approfondite, ricordate. 

Nella foto: Marcel Marceau (immagine presa da FirstArte)

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