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La Filosofia Orientale


Il Buddhismo Theravada, quello degli “anziani” non contaminato dal sincretismo con l’induismo (né con la moda della New Age), attraverso i sutra del Dhammapada, del Sutta-Nipata, del Vijna Nikaia – raccolta delle parole del Buddha che come Socrate e Cristo non ha scritto nulla ma tutto è stato tramandato – fa nascere e sviluppare due elementi fondanti la relazione dell’uomo con se stesso e con gli altri, il concetto di compassione e quello di responsabilità senza delega alcuna.
L’origine della sofferenza è squisitamente esistenziale, non è “un” dolore ma è l’essenza stessa del dolore, consta nella difficoltà della separazione nell’altalena tra trattenere e separare, tra adesione e distanza.
Poiché tutto ciò che inerisce l’esistenza è soggetto a nascita ed in quanto nato muore, il concetto di impermanenza è con-sustanziale l’esistenza stessa, in primis dell’uomo come “atto” capace di ri-flettere sul vivere.

La Filosofia Orientale


Tat tvan asi, questo tu sei, recita il buddhismo tantrico ed è scritto sui mulinelli di preghiera che incessantemente ruotano salmodiando silenziosi la richiesta di diventare ciò che si è, di averne conoscenza nel percorso.
Il termine Veda significa conoscenza ed è attribuito ai più antichi testi religiosi indiani, la conoscenza non come fine alla purezza paradisiaca ma inizio di un percorso verso il “me” oggetto della consapevolezza, dettata con pratiche legate alla cognizione del 1500 a.c. e sconosciuta nel mondo mediterraneo.
Un esigente idealismo etico che si propone di liberare dalla sofferenza esistenziale ma non ricerca la felicità, oggetto imperioso dell’oggi, e si incammina verso la serenità che offre calma ed armonia.